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I mannelli di spighe venivano battuti con forza sopra un’asse inclinata di legno in modo che i chicchi cadessero e si accumulassero. Perché nessun chicco andasse perduto, ogni mannello veniva poi percosso anche con un pezzo di legno.

Con un rastrello veniva quindi raccolta tutta la paglia.

Il grano veniva conservato ben disteso nel  granaio.  Con un grosso vaglio, appeso ad un treppiede si passavano poi i chicchi in modo da ripulirli da tutte le impurità rimaste. Era un’operazione molto lunga.

Il raccolto di grano solo in piccola parte spettava al contadino: il padrone ne conservava parte per il seme, e se ne prendeva metà di quel che restava, come prevedeva il contratto di mezzadria. Al contadino spettava inoltre la metà del costo del noleggio delle macchine e tutte le spese dei pasti di chi partecipava, alla mietitura prima, e alla battitura dopo.

Negli ultimi anni del 1800 cominciarono a diffondersi le prime trebbiatrici a vapore: la trebbiatura cominciò dunque ad essere fatta a macchina molto più velocemente.

In questi ultimi anni si sono diffuse le mietitrebbia “Laverda” che mietono e subito automaticamente separano i chicchi dalla paglia e dalle impurità, poi lasciano nei campi file di balle di paglia pressate di forma regolare, chiamate rotoballe.

Non è più stato necessario costruire il pagliaio come si faceva un tempo.

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