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Incontro con un reduce dai campi di
sterminio della 2° guerra mondiale
In memoria dell’Olocausto Quando in classe si seppe che sarebbe venuto ancora a trovarci Angiolino Terinazzi, eravamo tutti felici di vederlo un’altra volta, ma io ero molto curioso di sentire le parole di un uomo che è sopravvissuto ai campi di sterminio. Il 24 febbraio quando è venuto qui nella nostra scuola, mi sono reso conto che era molto diverso da come me lo immaginavo. Angiolino è un uomo alto e robusto, con occhi azzurri e un gran sorriso stampato sulle labbra. Non era tanto l’aspetto fisico o quel gran sorriso che ti colpivano. Erano gli occhi. Per me chi dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima ha ragione. Infatti quelle piccole sfere lucenti che servono a vedere, lasciavano trasparire tutte le sofferenze e l’agonia che aveva sofferto quell’uomo. Quegli occhi, quello sguardo sembrava leggermi dentro, capire le emozioni che provavo in quel momento. Angiolino iniziò a raccontarci di quando all’ancora giovane età di 18 anni, egli e tutti gli altri ragazzi del suo quartiere erano costretti a ritrovarsi al centro di ritrovo e di addestramento fascista. Ci spiegò che lì ti addestravano a fare il soldato. Se mancavi una volta, la volt dopo ti bastonavano. Angiolino però decise di non andare più e di nascondersi. I Fascisti allora, andarono a casa sua e rapirono i suoi familiari, costringendolo a farsi vivo. Appena si ripresentò alla caserma, presero lui e altri ragazzi e li spedirono al fronte meridionale. Dopo qualche tempo di lavori forzati, lui ed altri 12 ragazzi toscani, fra cui suo cognato, organizzarono un’evasione. Si travestirono da tedeschi ed uscirono dal campo. Poco distante c’era un camion ad aspettarli. Sul camion non erano soli. C’erano anche dei civili. Quando ormai erano vicini a Roma una pattuglia della polizia li fermò e li arrestò. I civili furono giustiziati sul posto, mentre i 13 ragazzi subirono un processo ingiusto e ai loro danni si aggiunse anche la testimonianza del repubblichino da cui erano comandati. Furono tutti condannati a morte, ma siccome era capodanno ed era il primo processo di questo tipo, la pena fu confermata solo per tre di loro. Gli altri furono trattenuti in una prigione nei dintorni di Roma. Ebbero il segno di riconoscimento rosso, dei prigionieri politici, e dovettero imparare a memoria il proprio numero. In un bombardamento alla prigione Angiolino fu salvato da suo cognato. Subito dopo furono tutti portati a Dachau. Lì Angiolino si ammalò di difterite e in quel periodo temette il peggio. Un prigioniero malato non serve a niente. Ma egli si riprese. Trascorse molto tempo ma ad un certo punto furono portati in una specie di palazzo dove gli davano da mangiare latte e riso. Seppero solo in seguito di essere stati liberati. Angiolino passò molti anni a lavorare nel suo podere, con il terrore degli uomini in divisa e dei luoghi chiusi. Ecco a cosa porta la guerra. Io davanti a questo mi sento disgustato, perché penso che non esistono nazioni e che siamo tutti un unico grande popolo. Francesco Poggi, classe 3°B
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Nuove voci ...
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