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La signora Fedora, nata a Pelago nel 1930, nonna di Camilla Fusai, racconta. "A scuola, il sabato, indossavamo la divisa fascista:
gonna nera, camicetta bianca, scarpe nere, calze bianche e un cappello
nero che veniva chiamato “papalina”, d’inverno, sopra alla divisa,
portavamo un mantello lungo e nero. Il sabato, in divisa, eseguivamo nel cortile, esercizi di ginnastica e poi marciavamo nelle vie del paese cantando l’inno fascista; in testa, la capo gruppo, portava il “gagliardetto”.
I maestri insegnavano alle ragazze economia domestica, perché
imparassero ad accudire la casa (quello doveva essere il loro compito
nella vita!). Spesso cantavamo la canzone “Vincere”, che spronava alla
vittoria nella guerra. Quando il duce o il re passavano con il treno speciale, gli
alunni venivano radunati, vestiti con la divisa, per salutarli con il
saluto fascista e venivano esposte le bandiere del fascio.
Quando entravamo a scuola dovevamo fare il saluto fascista e
gridare “Viva il re” e poi recitavamo la preghiera. In estate i bambini venivano mandati alle colonie, alcune si
trovavano qui a Rignano. Venivano consegnate delle tessere, “carte anonarie”, per
ciascuna famiglia, che servivano per comprare il pane (solo 150g a
persona) che doveva bastare per un giorno intero! Il sale, lo zucchero e la pasta veniva comprato solo quando
arrivavano in paese, ossia, raramente. Quando avevo solo cinque anni morì mia madre. Dopo poco mio
padre si risposò con una maestra di Donnini. Una mattina delle tante indossavo un cappottino rosso, fui avvistata! Gli aerei cominciarono a mitragliare la zona, fortunatamente, senza colpire me e la mia matrigna: che terribile spavento! Ricordo l'episodio come se fosse successo ieri!" La testimonianza é stata raccolta da Camilla Fusai, classe 3°C
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