| intervista a Rina Mattesini | nata il 7/3/1937 | ||
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nel 1945 aveva 8 anni | viveva a ? | |
Mi chiamo Rina Mattesini sono nata il 7 marzo 1937 ad Arezzo. Mi ricordo che
sentivamo bombe, granate da tutte le parti.
Un giorno avevo la febbre a 39 e in casa nostra arrivarono i tedeschi che ci
mandarono via. A volte i tedeschi venivano in casa nostra e ci prendevano tutto.
Alcune persone si nascondevano nel letame.
Un giorno mio padre stava rischiando di essere ucciso perché teneva due
prigionieri americani. Un giorno mentre eravamo nei borri, vidi due mie e il
loro padre attraversare la frontiera e una bomba li prese in pieno e chiaramente
morirono.
Stavamo in casa ma appena suonava l’allarme correvamo al riparo, nei borri.
Si mangiava soprattutto pane. Un giorno accadde che della benzina era caduta
nella farina. Dalla fame mangiammo anche il pane con la benzina.
Le notizie relative alla guerra le ho sapute grazie a mio fratello perché aveva
acquistato una radio illegale chiamata galena. Era pericoloso stare molto ad
ascoltarla perché sarebbero potuti essere rintracciati e se poi ti
sorprendevano i tedeschi come facevi?
Della guerra mi ricordo tante cose, per esempio ho vestito, lavato e portato in
una cappella nove persone morte, e alcuni di questi non avevano neanche la
testa.
Ci rifugiavamo nei campi, nelle fogne, insomma dappertutto perché sentivamo
fucilare e questi spari provenivano dagli scontri dei Partigiani contro i
tedeschi. I tedeschi si ribellarono e diedero fuoco alle case e uccisero i
Partigiani; nove ne uccisero il 20 di giugno e il 29 giugno ne uccisero altri
dieci.
Le giornate le trascorrevamo a rifugiarci, avendo solo un pezzo di pane, un etto
e mezzo, e una volta i tedeschi me lo presero tutto e mi presero anche la frutta
e la polenta.
Il mangiare me lo procuravo male perché non potevo uscire di casa che c'erano i
tedeschi che sparavano e molte volte pativo anche la fame.
Durante la guerra non facevo mai festa, ma prima di essa facevamo feste,
andavamo alla processione, in chiesa, ma non grandi cose perché c'era un po' di
miseria. Ci ritrovavamo a casa mia, a casa delle mie amiche, della mia nonna, ad
un circolo dove si ballava e si facevano le feste.
Durante i bombardamenti ci rifugiavamo dentro delle grotte, correvamo e
camminavamo molto per trovare un nascondiglio sicuro, ci nascondevamo nei campi
di granoturco, nelle cantine, nei fondi, insomma in un posto più vicino a noi
perché se i tedeschi ci trovavano ci uccidevano.
I tedeschi si erano appartati perfino nel cimitero e noi li incontrammo perché
c'era il trasporto dei 19 morti, 17 tedeschi e 2 italiani, che erano stati messi
tutti in un'unica bara trascinati da un carro da buoi.
Le notizie non le avevamo da nessuno perché la posta non funzionava e ci
portava qualche lettera il console americano o tedesco.
Dei tedeschi non mi ricordo cose particolari, erano gente come noi, non avevano
niente da mangiare e mi chiedevano la polenta il pane e la frutta; degli
americani non mi ricordo niente perché non sapevo distinguere la lingua
americana da quella tedesca, per me parlavano tutti nello stesso modo. Dei
Partigiani non mi ricordo niente di particolare e poi li conoscevo perché erano
del mio paese.
Si, ho sentito parlare di maltrattamenti nei confronti delle donne. Per esempio
chi non obbediva ai tedeschi veniva fucilato sul posto come una donna mi cadde
ai piedi con un neonato in braccio oppure le rinchiudevano in una chiesa e dopo
non le rivedevamo più.
Ho aiutato e dato ospitalità ai tedeschi perché mi dispiaceva, erano gente
come noi, anche se dopo mi cacciarono di casa, guardavano tutte le mie cose,
guardavano nei miei cassetti, buttavano tutte le cose che trovavano in terra,
guardarono perfino nel mio corredo di nozze ma non riuscii a capire che cosa
cercassero o volessero e potei ritornare a casa solo quando i tedeschi se ne
andarono.