| intervista a Gina Tognaccini | nata il 20/1/1930 | ||
|
|
nel 1945 aveva 15 anni | viveva a Piandiscò | |
Nel 1944 avevo quattordici anni e la guerra me la ricordo bene, casa mia per un
po’ di tempo fu occupata dalle truppe tedesche.
Una notte sentimmo bussare alla porta con il calcio del fucile, il mio babbo
andò ad aprire, erano i tedeschi che volevano sapere dove si trovasse Forli, un
gruppo di case vicino a casa mia. Il babbo non conosceva il tedesco e loro non
capivano le sue spiegazioni perciò lo portarono con loro perché indicasse la
strada per arrivarci.
Avevamo tanta paura perché molte volte gli uomini venivano portati in Germania.
Mia sorella maggiore cercò di vedere dove lo stavano portando ma fuori vide
molti soldati tedeschi e impaurita tornò in casa.
Passammo una notte piena di paura, eravamo tutte donne, io, le mie quattro
sorelle e la mia mamma, mio fratello prestava servizio militare nei Carabinieri
in Sardegna, per fortuna la mattina i tedeschi riportarono il babbo, ma dissero
che la casa serviva a loro e noi ci trasferimmo in cantina. La mia casa era in
un posto dominante, si vedeva tutto il Valdarno, perciò era un punto strategico
per piazzare le mitragliatrici aspettando che gli inglesi passassero nelle
vicinanze. Ci furono molti bombardamenti su Figline e Incisa da parte degli
inglesi, ma la fanteria passò da un’altra parte e dopo un po’ i tedeschi se
n'andarono.
Non si comportarono male con noi, ma avevamo paura lo stesso, si raccontava che
fucilavano dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso per mano dei
partigiani, che portavano in Germania gli uomini, bruciavano le case, ma io non
ho mai assistito personalmente ad episodi di maltrattamenti.
Un giorno raccontarono che erano entrati in casa di una famiglia alcuni soldati
tedeschi ubriachi e avevano tentato di violentare una ragazza, i familiari
riuscirono a difenderla, ma la ragazza dalla paura si ammalò e dopo pochi mesi
morì.
La mia mamma che aveva cinque figlie, io ero la più piccola, dopo
quest'episodio aveva molta paura, non ci faceva nemmeno pettinare e lei che era
pulitissima ci diceva di stare con gli abiti più rovinati e sporchi.
Un altro giorno si sparse la voce che stavano dando fuoco alle case per
rappresaglia perché la popolazione aiutava i partigiani, quando arrivarono a
Casabiondo una ragazza riuscì a fermarli facendo vedere la foto di un soldato
tedesco raccontando che era il suo fidanzato.
La sensazione che ho avuto dei soldati tedeschi è che anche loro avevano paura
di noi. Un giorno la mia mamma preparò una minestra, un soldato le fece capire
che avrebbe desiderato assaggiarla, lei gli riempì un piatto, ma il soldato non
la mangiava, allora la mamma assaggiò una cucchiaiata dal piatto che aveva
offerto e solo allora il soldato si decise e per ringraziarla le offrì il suo
pane.
Anche il comandante di queste truppe si comportò bene con noi, non prese a
nessuna famiglia della zona, animali o altro cibo, vigilava i suoi soldati e
quando andarono via fu l’ultimo a partire per accertarsi che nessuno rimasto
indietro rubasse o ci facesse del male.
Trascorrevamo le nostre giornate lavorando i campi, gli uomini erano quasi tutti
alla guerra ed il nostro pensiero era per fratelli, cognati, mariti, zii, molte
volte non avevamo loro notizie per mesi, quando passava il postino si sperava
che si fermasse a casa con una lettera confermando così che erano ancora in
vita. Io avevo il fratello in Sardegna, un cognato al fronte e altri due cognati
prigionieri in Germania, siamo stati senza notizie per mesi ed era un’angoscia
tremenda non sapere niente di loro. Lavoravamo molto duramente nei campi,
eravamo rimaste solo donne oltre al mio babbo, ma in compenso non ho sofferto la
fame, il cibo non ci mancava, frutta, verdura, animali da cortile, uova ed
insaccati, l’unica cosa che scarseggiava era il grano, ma si poteva comperarlo
dai contadini delle valle che ne producevano in abbondanza perché veniva
barattato volentieri con l’olio d'oliva, che invece veniva prodotto in
abbondanza nella mia zona. Chi non lavorava i campi invece faceva la fame, c’era
molta miseria, gli uomini erano al fronte o partigiani, a casa c’erano solo
vecchi, donne, bambini e ragazzi che non avevano ancora l’età per partire per
il militare.
La mia famiglia ha aiutato spesso persone in difficoltà dando loro del cibo, c’era
miseria, ma molta solidarietà più di ora che tutti stanno bene.
Da casa mia si vedevano molto bene i bombardamenti degli inglesi su Figline ed
Incisa, molte volte si guardava dalla finestra, un giorno mio cognato vide
cadere una bomba sulla sua casa a Cetina, la sua casa era stata occupata dai
tedeschi, un giorno furono mandati a procurare dell’acqua con carri e botti e
lui con la sua famiglia scapparono a Piandiscò, dove furono ospitati da
famiglie amiche.
Quando bombardavano andavamo a nasconderci nei rifugi, erano cantine, cavità
naturali o scavate appositamente. Dove abitavo io non c’era pericolo diretto
di bombardamenti, il rischio era causato dai proiettili delle batterie
contraeree posizionate a valle che cercavano di abbattere i bombardieri per
difendere la linea ferroviaria.
Le notizie del fronte le avevamo da radio clandestine, che venivano ascoltate di
nascosto perché vietate, la radio ufficiale invece dava sempre notizie di
vittorie.
La radio era un oggetto raro, posseduta da pochi, noi andavamo ad ascoltarla dal
prete, molte volte si capiva poco perché le notizie venivano date con frasi in
codice.
La gente sapeva che dovevano arrivare gli inglesi ed aspettavano di essere
liberati da loro anche se ufficialmente erano i nostri nemici.
I luoghi di ritrovo erano la chiesa e le case dei vicini dove a turno ci
radunavamo la sera per la " veglia", ognuno raccontava quello che
altri avevano loro raccontato e visto, quello che scrivevano i parenti dal
fronte, si parlava degli americani alcuni neri come il carbone, degli inglesi
che avevano con loro truppe di indiani che si diceva fossero terrorizzati dai
conigli, praticamente la nostra radio ufficiale eravamo noi stessi.
Difficilmente facevamo festa, le feste erano quelle religiose, in fondo non ne
avevamo molta voglia, c’era sempre la paura per i nostri cari che stavano
combattendo al fronte, molte volte non si sapeva nemmeno che fine avessero
fatto, come per i miei cognati che erano prigionieri in Germania.
Il sentimento più diffuso era la paura, paura dei tedeschi anche se erano
nostri alleati, paura che da un momento all’altro arrivasse la notizia della
morte di qualche nostro parente al fronte, paura che scendessero i partigiani
dalle montagne, non di loro personalmente, erano uomini del nostro paese o di
quelli vicini che si erano rifugiati in montagna non condividendo le idee
politiche del fascismo, ma perché se venivano visti nei dintorni delle nostre
case i fascisti e i tedeschi avrebbero fatto delle rappresaglie, paura dei
bombardamenti e forse per esorcizzare la paura o forse perché eravamo soltanto
giovani mentre lavoravamo nei campi si cantava e dai campi vicini ci
rispondevano cantando.