| intervista a Ada Pieraccioni | nata il 10/2/1924 | ||
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nel 1945 aveva 21 anni | viveva a Firenze | |
Nonostante siano passati tanti anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ricordo ancora alcuni episodi, soprattutto flash di vita quotidiana.
Ricordo l'ululato delle sirene che suonavano per avvertire
la popolazione che di lì a poco ci sarebbero stati dei bombardamenti, quindi
dovevamo prendere con noi le cose più necessarie e scappare nei
"rifugi", dove rimanevamo finché non era finito tutto.
Io portano sempre con me una borsa, dentro la quale mettevo una piccola sveglia,
che ancora oggi custodisco gelosamente, e una bottiglia d'acqua.
A quel tempo abitavo a Firenze nella zona del Ponte di
Mezzo. Vicino c'era la FIAT e la ferrovia, perciò una zona molto a rischio di
bombardamenti.
In città non era più possibile rimanere, allora sfollammo a Pontassieve, con
un carretto trainato da cavalli, presso alcuni parenti. Poco dopo dovemmo di
nuovo trasferirci. Non avevamo più una casa.
Nell'aprile del '43 ebbi un bambino; anche se infuriava la guerra i bambini nscevano ugualmente, magari portando con sé motivi di preoccupazione, vista la drammaticità della situazione.
Il mangiare era a tessera e si cercava di sopravvivere facendo degli scambi con i contadini che erano gli unici ad avere la farina bianca, le patate, i fagioli; in cambio si offriva loro scarpe, coperte e vestiario.
L'unica a non temere i bombardamenti era la mia mamma: per sdrammatizzare, quando suonava l'allarme e tutti fuggivano, rimaneva in casa e si metteva a fare la pasta per i numerosi componenti della famiglia.
Mio marito era aviere di terra e un girono gli comunicarono che doveva partire per una spedizione in Africa, ma tanto implorò il suo comandante che riuscì a non partire con quella nave. Purtroppo in seguito seppe che i soldati che erano partiti erano tutti morti.
Ricordo anche un altro episodio: una volta, mentre mio
marito andava in bicicletta a cercare qualcosa da mangiare dai contadini, fu
sorpreso dai bombardamenti. Vicino a dove lui si trovava c'erano due ponti sotto
ai quali potersi riparare. Non si sa come, ma per fortuna scelse il secondo. Le
persone che, trovandosi nella sua stessa situazione, avevano scelto l'altro
ponte, morirono colpite da una bomba. Anche questa volta la fortuna l'aveva
aiutato.
La vita era diventata impossibili e si pensava solo a salvare la pelle, che con
un po' di fortuna.
Una cosa che mi è rimasta più impressa è che, quando fu annunciata la liberazione, gli americani offrivano alla popolazione la cioccolata, il caffè, il pane bianco. Il peggio era passato, ma c'era da ricominciare tutto da capo e la ripresa regolare della vita fu lenta.