La scatola sonora

Il 6 Ottobre 1924 si inaugura il servizio regolare, ma la radio, per ora, e solo una scatola sonora, che interessa più per le sue caratteristiche tecnologiche che per i contenuti dei suoi programmi, per altro assai semplici e eterogenei: musica classica, bollettini, qualche rara conversazione. Un esame delle prime riviste del radio dilettantismo italiano emerge lo scarso interesse per i programmi e una ben più marcata attenzione tecnica; ma soprattutto ne deriva l’immagine di un pubblico di amatori. L’ascolto radiofonico non è certo ancora quel fenomeno collettivo, è soprattutto un’attività connessa alla conoscenza tecnica dello strumento, l’apparecchio ricevente- spesso solo una radio a galena, messa sul mercato in scatole di montaggio- intorno al quale si formano rapidamente numerosi club e associazioni. << Chi sono gli utenti della radio?- Ci si chiede- la maggioranza di essi è composta da studenti, giovani elettrotecnici, giovani ingegneri>> un pubblico giovane quindi. Due anni dopo l’inizio dell’attività di radioaudizione circolare gli abbonati sono appena 26 mila un numero più che raddoppiato rispetto all’anno precedente ma inferiore alla media dei maggiori paesi d’Europa. L’unione radiofonica italiana è interessata a creare le condizioni per un veloce sviluppo degli abbonamenti e quindi guardava con attenzione l’evolversi del mercato degli apparecchi riceventi. La creazione di un pubblico realmente di massa esigeva che si passasse, a un sistema industriale che garantisse prodotti di qualità. I costi ancora molto elevati e l’impossibilità di iniziare una produzione in serie frenavano il decollo di questa nascente industria. La vita di queste piccole imprese era tutt’altro che felice. La concorrenza delle produzioni straniere si faceva sentire sempre più energicamente. La superiorità tecnica degli apparecchi Telefunken, Philips, RCA si imponeva. Ma in generale le vendite non andavano oltre i centri urbani ed erano limitate ai ceti più abbienti. La provincia italiana degli anni ’20, soprattutto nelle zone meridionali, scarsamente informata anche dalla stessa stampa, non era certo in condizione di favorire l’espansione del nuovo mezzo. L’esistenza di ampie zone sottosviluppate, il permanere delle differenze tra nord e sud, l’analfabetismo, il livello di vita e il costume arretrato delle masse rurali rappresentavano un ostacolo serio allo sviluppo dei moderni metodi di comunicazione.
Assolutamente proibitivo era il costo di un apparecchio radio in relazione alla capacità media di acquisto: da un minimo di 2.000-2.500 lire a un massimo di 10.000 lire per gli apparecchi più perfezionati. Calcolando per una buona radio a quattro valvole un costo medio di 3.000 lire, alle quali occorreva aggiungere le tasse di licenza, il bollo e il canone di abbonamento, si capisce quanto fosse scarsamente accessibile il nuovo mezzo a un pubblico il cui reddito medio annuo era di 3.498 lire.

Da F. MONTELEONE, Storia della radio e della televisione in Italia. Marsilio, Venezia, 1992, pp 29-33

 

 

 

Radio Valigia
1927 Ducretet