“Quelle parole nel vento
cambiarono la vita degli italiani”
In occasione degli ottanta anni della radio Enzo Biagi, intervistato
da Salvatore Giannella per il settimanale “Oggi” ricorda:
Era il lontano 1924 quando, alle ore 21, andò in onda la prima
trasmissione radiofonica nel nostro paese. Maria Luisa Boncompagni fu la
prima ad annunciare un concerto inaugurale trasmesso sotto l’egida
dell’Uri, Unione radiofonica italiana che diventerà poi Eiar e
successivamente Rai. In casa mia la radio è entrata tardi, anni dopo la
comparsa dei primi apparecchi radiofonici, monumentali, pieni di grosse
valvole e di fili elettrici. A me le Marelli sembravano bellissime anche
come mobili, ma a lungo dovetti accontentarmi di vederle nelle case di
molti miei compagni di scuola. Non potevamo permetterci il lusso di
acquistare una radio e persino il giornale era un acquisto saltuario. Un
giorno, finalmente, fece il suo ingresso anche in casa un apparecchio a
galena: aveva un filo, l’antenna, applicato alla rete del letto. Un
apparecchio bello a vedersi, ma con un grande inconveniente: ogni volta
che facevo un movimento un po’ brusco, spariva la voce. La mia attenzione
era quindi doppiamente tesa: nessun ascolto fu più profondo e concentrato.
Quelle parole che volavano nel cielo cambiarono la nostra vita, ci resero
partecipi agli avvenimenti belli e brutti del mondo, ci diedero
informazioni, ci divertirono e fecero vivere a milioni di italiani eventi
drammatici. Ricordo il tempo dell’occupazione dell’Etiopia. Adunate in
piazza, e dagli altoparlanti cade la voce trionfante del duce: l’impero è
tornato “sui colli fatali di Roma” . È la radio che ci insegna a cantare
faccetta nera; si riusciva a captare anche trasmissioni dall’estero come
RADIO SALAMANDRA che mi ha consentito di seguire la guerra di Spagna
(1936-39). Arriva il fatale 1939:il cardinale Pacelli diventa Papa. Da
piazza San Pietro l’annuncio, raccolto dal microfono, arriva a tutto il
mondo. Poi il 1° settembre la notizia che non volevamo sapere: la Germania
invade la Polonia. Cambia il repertorio dell’Eiar: c’è l’inno dei
sommergibili, rapidi e invisibili; c’è quello del fante, che va “nel gelo
e sotto il sole”, c’è l’orticello di guerra e la cara mamma: “ti scrivo in
fretta su questa gavetta che ferma non sta”.
Sentivamo Radio Londra di nascosto poiché era proibita: il colonnello
Harold Stevens era l’annunciatore che ci dava appuntamento ogni sera alle
21.30 col suo immancabile saluto (Buonasera) e che diventò presto popolare
da noi, al punto tale che fui incaricato di intervistarlo alla fine della
guerra (1946). Gli chiesi come era nato il “Buonasera” radiofonico, come
gli era venuta l’idea inconsueta di iniziare il programma con quel saluto
cordiale. Il colonnello mi spiegò che, cominciando il programma con quel
saluto, gli sembrava di creare una condizione di calore, di intimità con
chi lo stava ascoltando; era un modo per sentirsi più vicini. Quel saluto
lo pronunciò per 1.180 volte! Oltre a radio Salamandra e radio Londra
ascoltavo anche la radio Svizzera che informava sui bollettini di guerra
di tutte le parti coinvolte.
Venne l’8 Settembre, l’illusione della pace, e poi la lotta sulle montagne
e quella delle onde: la voce dell’Italia contro quelle di Salò. Con altri
due giornalisti, Tommaso Giglio e Antonio Ghirelli, lessi alla radio della
V Armata americana, dagli studi di piazza San Martino a Bologna, che il
cannone taceva, che era finita. Poi fu il tempo della speranza, la voglia
di vivere poiché la guerra era finita.
Attualmente considero la radio più innovativa della tv, più in grado di reinventarsi: per esempio mi piacerebbe che nascessero più radio tematiche
e che le radio locali mantenessero sempre la loro identità per far
sopravvivere la tradizione. La radio poi ti fa compagnia da qualunque
parte, non è come la tv che è un apparecchio già più complicato. Oggi
auguro alla radio che possa dare agli italiani il valore della parola sia
radiofonica e quindi orale, che stampata in libri e giornali: la parola
spesso sopraffatta dalla valanga di immagini della tv. Una canzone del
passato recitava: Abbassa la tua radio per favor…. Oggi invece il volume
della radio è il caso di alzarlo.
“830A”
1932 Philips