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Il periodo che va dalla metà del XVI fino
agli ultimi decenni del XIX secolo viene considerato il periodo delle
“epidemie sociali”. Si tratta infatti di epidemie, determinate da malattie
tipo il tifo, il vaiolo e il colera, strettamente legate a fattori
sociali. Queste epidemie sociali sono caratterizzate da quattro aspetti:
1. la sparizione della peste, in Toscana dopo il 1631 e in Italia, salvo
episodi sporadici, dopo il 1657;
2. le grandi andate epidemiche del tifo, frequentemente associate a
periodi di grandi carenze alimentari (le più gravi si svilupparono fra il
1590-92, 1648-49, 1816-17);
3. la recrudescenza del vaiolo durante il XVIII secolo e nella seconda
metà del XIX;
4. graduale sparizione del tifo e del vaiolo e l’affermarsi del colera (XIX
secolo).
Oggetto del nostro studio sarà appunto quest’ultima malattia, il colera
che ha determinato, durante tutto il secolo XIX, epidemie ripetute in
Europa ,provocando un’elevata mortalità . In Toscana furono
particolarmente gravi le epidemie del 1835-37, 1854-56 e 1865-67. Questa
malattia si colloca in un periodo storico in cui le fonti documentarie
sono abbastanza attendibili e ciò permette di capire con precisione la sua
incidenza selettiva per sesso ed età, per condizioni sociali, per aree
geografiche.

Immagine del vibrione del Colera
Si tratta di una gastroenterite acuta ,che colpisce particolarmente l’
intestino tenue. L’agente eziologico [cioè: che tiene conto delle cause
della malattia], individuato da Koch nel 1883 nel corso di un’epidemia in
Egitto, è un enterobatterio (batterio dell’intestino) dell’ordine
Eubacteriales, noto come Vibrio Colerae ( vibrione del colera) o anche
come Vibrio Comma, per la caratteristica forma a virgola. Ha un solo
ciglio ad una estremità, è molto mobile, aerobio,labile, sia agli agenti
fisici che chimici, come l’essiccamento e il calore. Un ceppo patogeno
particolare e molto diffuso è stato isolato nel 1905 nel Mar Rosso, e
questo a differenza degli altri ceppi è emolitico,cioè provoca la
dissoluzione dei globuli rossi del sangue.La principale via di diffusione
della malattia è rappresentata dal contagio diretto da uomo a uomo , che
si può effettuare attraverso il contagio con i malati, con cadaveri o da
persone particolarmente soggette a tale infezione; questi si infettano per
via orale portando alla bocca le mani o gli alimenti contaminati,ma anche
l’acqua ne è portatrice. Essa costituisce un favorevole mezzo di sviluppo
del vibrione del colera, tanto che nessun altra malattia viene così
facilmente trasmessa con l’acqua.
Il primo studio in materia, fatto da John Snow nel 1854 a Londra, riuscì
infatti a stabilire che la distribuzione dei casi nella città era analoga
a quella di un acquedotto, evidentemente inquinato. Infatti si pensa che
la malattia sia partita proprio dal delta del Gange, densamente popolato,
e con condizioni igieniche primitive. Si è affermato anche, che la Mecca
rappresenta “la stazione del rifornimento” del colera tra il Bengala e
l’Europa. Nel passato il pericolo per l’Europa era soprattutto
rappresentato dal ritorno nei loro paesi dei pellegrini musulmani abitanti
nel bacino del Mediterraneo e quindi dagli scambi marittimi che si
effettuavano fra questi paesi e quelli europei; se il ritorno invece
avveniva con le carovane attraverso il deserto, la malattia finiva per
estinguersi da sé lungo la via. Oggi,invece, a causa della rapidità dei
mezzi di comunicazione, specie quello della navigazione aerea, la
diffusione dell’infezione dai Paesi Orientali,ove siano scoppiate delle
epidemie,all’Europa sarebbe solo a distanza di poche ore, qualora non
intervenissero adeguate misure di difesa previste dal Regolamento
Internazionale Sanitario.

Per quanto riguarda il colera è possibile stabilire quali classi sociali e
quali età erano più colpite dalla malattia, infatti, attraverso delle
statistiche si è potuto capire che gli anziani colpiti da questa malattia
muoiono più facilmente dei bambini, e dei giovani, mentre per quanto
riguarda la letalità si osserva in genere che questa è più elevata per i
bambini e per gli anziani e più bassa per i giovani e adulti.
Un altro importante interrogativo, che ci possiamo porre , è se le grandi
epidemie del passato ,dalla peste, al tifo, al vaiolo, fino al colera,
siano un fatto prevalentemente urbano oppure riguardino anche le
popolazioni rurali. Sembra che queste epidemie abbiano maggiore incidenza
nelle città ,ma questa è probabilmente una convinzione derivata dal fatto
che, per le aree rurali, le informazioni fornite dai contemporanei sono
molto scarse, e le nostre possibilità di analisi sono quindi assai più
limitate
L’eventuale selettività di una malattia fra popolazioni urbane e rurali
dipende infatti, come è evidente, innanzitutto dai particolari meccanismi
di trasmissione e di contagio, poi dalla maggiore o minore influenza che
la situazione igenico-ambientale può avere sulla diffusione dell’epidemia
e sulla sua mortalità.
Senza dubbio il colera è una delle malattie epidemiche per le quali la
selezioni sociali appare più netta, proprio per il fatto che la sua
diffusione è particolarmente legata e favorita dalla precarietà di queste
condizioni,che sono molto più gravi nei quartieri più poveri delle grandi
città.
È stato anche notato * che fu proprio l’insorgere del colera che stimolò
,in alcuni paesi come l’Inghilterra, tutta una serie di studi e di
provvedimenti volti al tempo stesso a difendere le popolazioni della
epidemie ed a risanare e ammodernare le strutture igenico-sanitarie. Da
questa considerazione si può in un certo senso istituire una sorta di
parallelo con l’evoluzione dei sistemi sanitari, determinata dalle
ricorrenti epidemie di peste a partire dal tardo Medioevo.
L’Italia purtroppo si aprì a questo problema con molto ritardo e gran
parte delle strutture necessarie per fronteggiare tali situazioni
risalgono agli anni trenta. Il Lazzaretto esistente dunque a Figline è in
questo senso quasi un’eccezione , infatti risale ai primi anni del 1900,
ma è in questo contesto che si innesca la sua ristrutturazione e il suo
ampliamento del 1936.
La profilassi diretta del colera prevede:
· la denuncia obbligatoria dei casi sospetti, che deve essere effettuata
prima possibile;
· l’accertamento della malattia, che deve essere esteso a tutti coloro che
sono venuti a contatto con i malati;
· il ricovero dei malati in reparti di isolamento e, infine, l’accurata
disinfezione dell’ambiente e degli effetti personali.
La profilassi indiretta, che tende a sopprimere i focolai ambientali
d’infezione, è volta a rafforzare la sorveglianza sugli alimenti, sulle
acque potabili,sulla disinfezione dei locali pubblici.
La profilassi individuale prevede l’impiego soltanto di alimenti cotti e
bolliti e l’uso di bevande acide, come vino e birra, e di condimenti acidi
come limone e aceto,data la scarsa resistenza de vibrione in ambiente
acido. In conclusione la forma più efficace di profilassi, però, è quella
specifica basata sulla vaccinazione anticolerica.
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