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2003 - 2004 |
Speciale Omaggio alla "G. Papini" | ||||
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Attentato alle Torri -Signorina
hostess? Potrei avere un cuscino: vorrei riposarmi visto che tra due o tre
ore, saremo a New York. - -Certo signore, glielo porto subito! -
Ero
in partenza per gli Stati Uniti, dovevo andarci per lavoro e, dopo circa
tre mesi, sarei dovuto tornare a Roma. Infatti, lavoravo per un’agenzia
di viaggi che, spesso, organizzava partenze per New York, quindi bisognava
tenere rapporti con altre agenzie statunitensi. Con
me viaggiava, il mio collega di lavoro e mio più caro amico, Alessandro,
eravamo inseparabili, ci conoscevamo dalle elementari. Era un ragazzo
simpatico e sportivo, faceva calcio e pugilato. A casa sua aveva
un’infinità di coppe e medaglie vinte. Sull’aereo,
udivo il ronzio del motore che dolcemente vibrava nei miei timpani. Di
tanto in tanto, si sentiva il "din-don" seguito dalle istruzioni
spiegate dal comandante di bordo: “ In caso di incidente…” Tutti
i passeggeri erano adulti, tranne due o tre ragazzi, che ascoltavano, con
le cuffie, quella orripilante musica hip-pop. Non so cosa ci trovano i
ragazzini ad ascoltare quella scatenatissima musica… I cantanti, poi,
sono tutti pieni di tatuaggi sul corpo... La
maggioranza dei passeggeri, erano tutti come me: in partenza per lavoro,
tutti vestiti eleganti con una valigetta di cuoio firmata I
più anziani "dormicchiavano" svegliandosi, di tanto in tanto,
disturbati dalla hostess o dalle parole del comandante. -Tè
o caffè, desidera signore… - -Caffè,
grazie, con poco zucchero, mi raccomando.- -Ecco
a lei, desidera qualcos' altro? - -
Sì, per favore, se è possibile, vorrei sapere quanto manca a New York. -Tra
venti minuti, saremo a destinazione signore. - Di
poco in poco, l’aereo cominciò a virare, facendo delle lievi curve che,
in un certo senso mi sembrava fossero una specie di massaggio. Ecco
che, ad un certo punto, vidi dalla finestra la Statua della Liberta, il
simbolo di New York. Ero
felice di essere arrivato: mi sarei potuto fare la doccia e riposare nel
letto dell’albergo. Ma
ecco che ad un tratto... -Fermi
tutti! Se non volete fare una brutta fine. Era
un uomo che faceva parte del gruppo di terroristi armati che minacciavano
con la pistola in pugno. -Cosa
volete fare? Cosa farete di noi? -Zitto e siediti, ma se vuoi ti spiego quello che voglio fare: voglio abbattere le torri gemelle!
Mi
alzai di scatto: -Cosa?
Ma siete pazzi, a cosa serve uccidere una marea di gente innocente? -Vogliamo
far capire a Bush di che stoffa siamo fatti! -Ma
non serve uccidere tutta questa gente... -Zitto,
siediti, o ti sparo! -Non
serve spararmi, tanto morirò ugualmente. Stavo
perdendo tempo, per afferrare il paracadute e per distrarre i
malintenzionati, in modo che anche gli altri passeggeri facessero la
stessa cosa. Ma tutti erano preoccupati e tanti piangevano. Ad
un certo punto Alessandro ed io ci alzammo di scatto e cominciammo a
picchiare i due terroristi nella nostra sala: gli altri erano nella cabina
del comandante. Ma ecco che, appena aprimmo, la porta per buttarci dall’aereo, un altro terrorista sparo verso di me. Ormai
era finita, ormai era giunta la mia fine, dovevo rassegnarmi. Ma
non fu così: Alessandro parò i proiettili con il suo corpo e mi spinse
aldilà della porta. Ero
salvo, avevo con me il paracadute, ma mi sentivo in colpa, per quelle
duecento persone a bordo dell’aereo. Perché io dovevo salvarmi, mentre
loro no, pensavo anche a tutte le persone che lavoravano nelle torri
gemelle. Solo io mi ero salvato e mi sembrava ingiusto... Perché
tutti questi atti di terrorismo? Perché tanta gente muore inutilmente e
provoca morte ad altre persone innocenti? A cosa serve? Younes
Elhasnaoui, classe 2°C
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