2003 - 2004

  Speciale Omaggio alla "G. Papini"
 

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Speciale:
Omaggio alla
"G. Papini"


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         Corre l’anno 1850, sono uno storpio fortunato,
                           perché sono sopravvissuto.

 

Era una sera fredda d’inverno, quando finii il mio primo giorno di lavoro. Pioveva leggermente e quelle gocce che arrivavano dal cielo portavano via un po’ della nera fuliggine, che mi ricopriva.

Dall’angolo della strada arrivava un leggero venticello che incominciava a farsi più forte. Sfregava le mie ferite, provocandomi una leggera sensazione di prurito.

All’età di sei anni, avevo già le gambe ricurve.
Non avevo il coraggio di guardarle. Erano secche e malformate. Il mio viso era rugoso, sembrava già invecchiato e scopriva un espressione dolce, di sofferenza. 
Mentre tornavo verso la casa del mio padrone pensavo cosa avessi fatto per meritarmi tutto questo. Mi stavano facendo lavorare illegalmente, visto che avevo sei anni. Vivevo a Londra. Mio babbo lavorava nelle miniere, mia mamma nelle fabbriche e io facevo lo spazzacamino. Mio fratello maggiore lavorava con mio padre, aveva un anno più di me, ma sembrava ormai vecchio. Era magro:  il lavoro nelle fabbriche l’aveva distrutto.

Il lavoro mi distruggeva. Ci distruggeva.

Finalmente arrivai a casa. Aprii la porta, e trovai Smith, che stava pulendo una mela. Entrai e mi fece un cenno con la mano. Gli andai incontro,  mi porse la mela, e con dolcezza mi disse vai a letto, domani ti aspetta un’altra giornata di lavoro…va” mi avviai a letto.

Salutai i miei compagni e poi mi coricai su un sacco di fuliggine; non mi importava, ero nero lo stesso.

La mattina seguente mi svegliai di buon ora. Un altro giorno di duro lavoro, un altro giorno da “spazzola”. Ero piccolo, dovevo pulire i camini più stretti. Avevo avuto alcune difficoltà solo il primo giorno; ero salito per cinque camini e ormai ci passavo come un uccello. Lavoravo al buio ed avevo sempre una grande paura, quella di rimanere soffocato.: potevo rimanere soffocato ma quanto poteva importare della mia vita al mio padrone? Sinceramente poco.

Molto probabilmente mi avrebbe sotterrato nel bosco, con una croce sopra. Ma niente lacrime da parte sua.

I miei genitori sarebbero venuti dove ero stato sotterrato e almeno loro avrebbero pianto!! Ma comunque andasse non avrebbero protestato, sapendo a cosa andavano incontro.

La mia mente era offuscata da pensieri neri, e non riuscivo a liberarmene: era da tanto che non li vedevo…  il pensiero che gli fosse successo qualcosa mi tornava in mente ogni giorno, ogni ora!! Andavo avanti così, con brutti pensieri e camini da pulire.

Sfrecciavo su, ormai ci ero abituato. Salivo su come un uccello, anche a occhi chiusi. Come al solito, giornalmente, mi accompagnavano in una casa che dovevo pulire.

Ma un giorno dopo due anni che lavoravo, accadde un fatto che poi si rivelò a sua volta decisivo: andò così.

Quel camino era piccolo, ma io no. Erano passati due anni da quando avevo cominciato e, anche se non regolarmente, il mio fisico era cresciuto, mi ero alzato e anche un po’ irrobustito.

Era una casa dolce e accogliente, come tante altre che avevo visitato. Mi diedero gentilmente un boccone e io lo accettai: appena finii guardai verso il camino, ma mi fece una brutta impressione…. In alto era nero, ma cosa c’era di diverso? Una brutta impressione si riversava su di me.

Sentivo una voce interna che mi diceva: “non andare”, ma quello era il mio lavoro, e lo dovevo fare. Così incomincia a salire… il camino era buio e ogni volta che mettevo la mano avanti, mi cadeva addosso la fuliggine.

Ormai abituato all’oscurità, vidi che il camino curvava. Ebbi un attimo di esitazione.Cosa dovevo fare? Dovevo scendere o continuare la mia scalata?

Ma se tornavo giù, pensavo, il mio padrone mi avrebbe picchiato. Così mi feci coraggio e salii. Arrivai alla curva feci un sospiro… la sorpassai e… fui sepolto dalla fuliggine.

Tossii una volta e poi non smisi più! Nel panico mossi la braccia e rimasi incastrato. Feci un grido di disperazione!!

Dal basso, per fortuna, mi sentirono, infatti pochi secondi dopo sentii la mano di Ted che mi prendeva dai piedi e, dando strattoni cercava di tirarmi giù. Ma non ci riuscì.

Feci un grido e con uno strattone più forte, finalmente Ted mi tirò giù. Ero salvo, per un pelo. Quando fui a terra tossii molto, e ringraziai Ted, con tutto il cuore. La paura era stata tale che questa volta aveva vinto anche me, e dallo spavento preso, cambiai lavoro…

I miei genitori mi mandarono a lavorare nelle miniere, sarebbe stato pesante sì, ma almeno la sera si poteva tornare a casa, dove per fortuna sarei stato coccolato fra le braccia della mamma.

Così venne anche il mio primo giorno di lavoro nelle miniere. Pensavo che fosse meglio, ma constatai ben presto che non lo era. Mi assunse un nuovo padrone, duro e spietato, si chiamava Harrison. Come tutti, pensava solo ad ottenere il più alto profitto. Ci dava da mangiare due volte al giorno senza merenda, e cena a casa. Entravamo alle sei e mezzo e uscivamo alle nove e mezzo. Per colazione mezzo bicchiere di latte, e tre biscotti, a pranzo invece, minestra di verdura e una corteccia di pane abbrustolito. Roba da cani. Per non parlare delle condizioni igieniche, e dell’oscurità che incombe la nelle miniere. I miei occhi, per quanto abituati all’oscurità, non riuscivano proprio a vedere niente, in quel buio nero. Fortuna che il nostro capo, aveva fatto mettere candele per illuminare i cunicoli, ma l’aria delle candele che si diffondeva diventava di giorno in giorno più insopportabile.

Il mio primo giorno là dentro fu una tragedia: avevamo, legate intorno alla cintura, delle catene, che poi erano legate ad un carrello, che dovevamo trasportare da cima a fondo alla miniera. Vedevo gli altri ragazzi nudi che trasportavano carrelli, anche nell’acqua, con visi cadaverici e secchi come spettri. Con quella leggera  luce, sembravano spiritelli che vagavano qua e là, in cerca di qualcosa. Ogni tanto vedevo un ragazzo che cadeva a terra… volevo andare in suo aiuto ma con le catene, ero bloccato. Alcune volte venivano frustati , o altre volte non c’era niente da fare: morivano, per la fatica. Cercavo di pensare a cose più belle ma non ci riuscivo… nei miei pensieri c’erano tre parole: morte, sofferenza e maltrattamento. Era  il quadro della nostra miniera e forse, di tutta l’Inghilterra. Andò avanti così, finchè, dopo tre anni mi rifiutai di continuare a lavorare. Avevo solo undici anni, ero ancora troppo piccolo. I miei genitori mi abbandonarono in un orfanotrofio… Vissi lì, insieme ad altri ragazzi per un altro anno. Mi divertivo con loro, ma avrei voluto imparare a leggere e scrivere, e lì, all’orfanotrofio, si imparava poco. Un giorno si presentò un signore che voleva prendere un ragazzo in adozione, e non so perché, se gli sembrai simpatico, oppure semplicemente un ragazzo che a undici anni era debole ed esile e che, secondo lui, andava curato… Scelse proprio me, e ancora oggi, che ho venticinque anni non sono  riuscito a scoprire il perché di questa scelta. Iniziai ben presto a chiamarlo babbo, e allo stesso tempo mi ci affezionai. Invece di mandarmi a lavorare, mi dette subito un’istruzione ricca e completa, in una scuola privata, e in breve tempo imparai a leggere e a scrivere. Ora sono qui, sul mio letto, a scrivere questa autobiografia, a distanza di venti anni. Sono contento, ma devo ammettere che i miei veri genitori mi mancano. Quei brutti ricordi mi tornano in mente, qui mi distraggo facilmente, ma vorrei che sparissero per sempre. Penso spesso ai miei genitori, e a volte piango per loro. Vorrei rivederli ancora per una volta, ma forse ora saranno morti.

 Sacha Tellini

                            
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