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2003 - 2004 |
Speciale Omaggio alla "G. Papini" | ||||
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Corre l’anno 1850, sono uno storpio fortunato, Era
una sera fredda d’inverno, quando finii il mio primo giorno di lavoro.
Pioveva leggermente e quelle gocce che arrivavano dal cielo portavano via
un po’ della nera fuliggine, che mi ricopriva. Dall’angolo
della strada arrivava un leggero venticello che incominciava a farsi più
forte. Sfregava le mie ferite, provocandomi una leggera sensazione di
prurito. All’età
di sei anni, avevo già le gambe ricurve. Il
lavoro mi distruggeva. Ci distruggeva. Finalmente
arrivai a casa. Aprii la porta, e trovai Smith, che stava pulendo una
mela. Entrai e mi fece un cenno con la mano. Gli andai incontro,
mi porse la mela, e con dolcezza mi disse vai a letto, domani
ti aspetta un’altra giornata di lavoro…va” mi avviai a letto. Salutai
i miei compagni e poi mi coricai su un sacco di fuliggine; non mi
importava, ero nero lo stesso. La
mattina seguente mi svegliai di buon ora. Un altro giorno di duro lavoro,
un altro giorno da “spazzola”. Ero piccolo, dovevo pulire i camini più
stretti. Avevo avuto alcune difficoltà solo il primo giorno; ero salito
per cinque camini e ormai ci passavo come un uccello. Lavoravo al buio ed
avevo sempre una grande paura, quella di rimanere soffocato.: potevo
rimanere soffocato ma quanto poteva importare della mia vita al mio
padrone? Sinceramente poco. Molto
probabilmente mi avrebbe sotterrato nel bosco, con una croce sopra. Ma
niente lacrime da parte sua. I
miei genitori sarebbero venuti dove ero stato sotterrato e almeno loro
avrebbero pianto!! Ma comunque andasse non avrebbero protestato, sapendo a
cosa andavano incontro. La
mia mente era offuscata da pensieri neri, e non riuscivo a liberarmene:
era da tanto che non li vedevo… il
pensiero che gli fosse successo qualcosa mi tornava in mente ogni giorno,
ogni ora!! Andavo avanti così, con brutti pensieri e camini da pulire. Sfrecciavo
su, ormai ci ero abituato. Salivo su come un uccello, anche a
occhi chiusi. Come al solito, giornalmente, mi accompagnavano in una casa
che dovevo pulire. Ma
un giorno dopo due anni che lavoravo, accadde un fatto che poi si rivelò
a sua volta decisivo: andò così. Quel
camino era piccolo, ma io no. Erano passati due anni da quando avevo
cominciato e, anche se non regolarmente, il mio fisico era cresciuto, mi
ero alzato e anche un po’ irrobustito. Era
una casa dolce e accogliente, come tante altre che avevo visitato. Mi
diedero gentilmente un boccone e io lo accettai: appena finii guardai
verso il camino, ma mi fece una brutta impressione…. In alto era nero,
ma cosa c’era di diverso? Una brutta impressione si riversava su di me. Sentivo
una voce interna che mi diceva: “non andare”, ma quello era il mio
lavoro, e lo dovevo fare. Così incomincia a salire… il camino era buio
e ogni volta che mettevo la mano avanti, mi cadeva addosso la fuliggine. Ormai
abituato all’oscurità, vidi che il camino curvava. Ebbi un attimo di
esitazione.Cosa dovevo fare? Dovevo scendere o continuare la mia scalata? Ma
se tornavo giù, pensavo, il mio padrone mi avrebbe picchiato. Così mi
feci coraggio e salii. Arrivai alla curva feci un sospiro… la sorpassai
e… fui sepolto dalla fuliggine. Tossii
una volta e poi non smisi più! Nel panico mossi la braccia e rimasi
incastrato. Feci un grido di disperazione!! Dal
basso, per fortuna, mi
sentirono, infatti pochi secondi dopo sentii la mano di Ted che mi
prendeva dai piedi e, dando strattoni cercava di tirarmi giù. Ma non ci
riuscì. Feci
un grido e con uno strattone più forte, finalmente Ted mi tirò giù. Ero
salvo, per un pelo. Quando fui a terra tossii molto, e ringraziai Ted, con
tutto il cuore. La paura era stata tale che questa volta aveva vinto anche
me, e dallo spavento preso, cambiai lavoro… I
miei genitori mi mandarono a lavorare nelle miniere, sarebbe stato pesante
sì, ma almeno la sera si poteva tornare a casa, dove per fortuna sarei
stato coccolato fra le braccia della mamma. Così
venne anche il mio primo giorno di lavoro nelle miniere. Pensavo che fosse
meglio, ma constatai ben presto che non lo era. Mi assunse un nuovo
padrone, duro e spietato, si chiamava Harrison. Come tutti, pensava solo
ad ottenere il più alto profitto. Ci dava da mangiare due volte al giorno
senza merenda, e cena a casa. Entravamo alle sei e mezzo e uscivamo alle
nove e mezzo. Per colazione mezzo bicchiere di latte, e tre biscotti, a
pranzo invece, minestra di verdura e una corteccia di pane abbrustolito.
Roba da cani. Per non parlare delle condizioni igieniche, e dell’oscurità
che incombe la nelle miniere. I miei occhi, per quanto abituati
all’oscurità, non riuscivano proprio a vedere niente, in quel buio
nero. Fortuna che il nostro capo, aveva fatto mettere candele per
illuminare i cunicoli, ma l’aria delle candele che si diffondeva
diventava di giorno in giorno più insopportabile. Il
mio primo giorno là dentro fu una tragedia: avevamo, legate intorno alla
cintura, delle catene, che poi erano legate ad un carrello, che dovevamo
trasportare da cima a fondo alla miniera. Vedevo gli altri ragazzi nudi
che trasportavano carrelli, anche nell’acqua, con visi cadaverici e
secchi come spettri. Con quella leggera
luce, sembravano spiritelli che vagavano qua e là, in cerca di
qualcosa. Ogni tanto vedevo un ragazzo che cadeva a terra… volevo andare
in suo aiuto ma con le catene, ero bloccato. Alcune volte venivano
frustati , o altre volte non c’era niente da fare: morivano, per la
fatica. Cercavo di pensare a cose più belle ma non ci riuscivo… nei
miei pensieri c’erano tre parole: morte, sofferenza e maltrattamento.
Era il quadro della nostra
miniera e forse, di tutta l’Inghilterra. Andò avanti così, finchè,
dopo tre anni mi rifiutai di continuare a lavorare. Avevo solo undici
anni, ero ancora troppo piccolo. I miei genitori mi abbandonarono in un
orfanotrofio… Vissi lì, insieme ad altri ragazzi per un altro anno. Mi
divertivo con loro, ma avrei voluto imparare a leggere e scrivere, e lì,
all’orfanotrofio, si imparava poco. Un giorno si presentò un signore
che voleva prendere un ragazzo in adozione, e non so perché, se gli
sembrai simpatico, oppure semplicemente un ragazzo che a undici anni era
debole ed esile e che, secondo lui, andava curato… Scelse proprio me, e
ancora oggi, che ho venticinque anni non sono riuscito a scoprire il
perché di questa scelta. Iniziai ben presto a chiamarlo babbo, e allo
stesso tempo mi ci affezionai. Invece di mandarmi a lavorare, mi dette
subito un’istruzione ricca e completa, in una scuola privata, e in breve
tempo imparai a leggere e a scrivere. Ora sono qui, sul mio letto, a
scrivere questa autobiografia, a distanza di venti anni. Sono contento, ma
devo ammettere che i miei veri genitori mi mancano. Quei brutti ricordi mi
tornano in mente, qui mi distraggo facilmente, ma vorrei che sparissero
per sempre. Penso spesso ai miei genitori, e a volte piango per loro.
Vorrei rivederli ancora per una volta, ma forse ora saranno morti. Sacha
Tellini
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Nuove
voci ...
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