|
|
|||||
|
2003 - 2004 |
Speciale Omaggio alla "G. Papini" | ||||
|
Sono un terrorista -Credo che
tu abbia capito. Devi imbarcarti sull’aereo per New York e poi… -Sì
signore, so quello che devo fare. -Bene.
Sappi che sarà il tuo primo e ultimo volo. -Sì, lo so
bene. -Adesso
non ti resta che aspettare e prepararti. Buona fortuna! - Grazie! - Forse ci
rivedremo in un mondo migliore di questo. Avevo
appena finito di parlare con il mio capo, un uomo poco conosciuto fino ad
allora ma che dopo una settimana sarebbe diventato l’uomo più famoso e
soprattutto ricercato del mondo. Stavo
uscendo dal suo ufficio, dopo che mi aveva incaricato di compiere una
missione molto importante: con me c’erano anche alcuni compagni che
avevano avuto lo stesso incarico. Sono un
afgano nato da un famiglia molto povera: i miei genitori sono stati uccisi
quando io avevo dieci anni e mi sono ritrovato da solo, in mezzo a una
strada, senza nessuno che mi potesse aiutare.
Quel
triste giorno, dunque, entrai in una moschea, dove incontrai un uomo molto
alto con una barba molto lunga e una grossa cicatrice sulla mano che mi
disse: - Piccolo.
Vieni con me. So cosa è successo ai tuoi genitori. Così, mi
portò con sé e mentre ci incamminavamo verso casa sua cominciò a
parlarmi -I tuoi
genitori sono stati uccisi da un’ uomo malvagio e spregevole che mi sta
cercando e mi vuole uccidere- Entrai in casa. -Perché?-
Chiesi io -Perché...
-Aprite!
Aprite! -Chi
bussa?-Chiesi. -Credo di
saperlo! Nasconditi, presto! L’uomo
andò ad aprire con un mitra dietro la schiena. Quando la porta fu del
tutto aperta sentii degli spari e vidi l’uomo cadere a terra
sanguinante. -Capo,
missione compiuta!- Disse un uomo con un Kalashnikov in mano e una
ricetrasmittente all’orecchio. -Bene!-disse
l’uomo che stava dall’altro capo - adesso perquisite la casa. -OK! Tre uomini
cominciarono a guardare in ogni angolo della casa e mi trovarono dentro
uno scatolone. -Che ne
faccio di un ragazzino, capo? Lo uccido? -No!
Portalo in un campo e farà il suo lavoro. -Bene! Tu
vieni con noi. Mi presero
per la maglietta e mi portarono con loro. Da piccolo
ero talmente ingenuo che credevo mi stessero portando a un campo sportivo
per giocare a pallone, ma in realtà quel campo era un campo di
concentramento dove erano già stati deportati altri bambini come me. Rimasi in
quel campo per vent’anni e, vivendo con quelle persone, cominciai a
pensare come loro. Uscito dal
campo mi fu affidata una missione molto importante. Preparai
le valigie e presi il primo treno per Parigi. Era il sette settembre.
Dentro la valigia avevo una pistola, un mitra e un coltello. Tutte armi
utilissime.
Un giorno
era passato, era l’otto di settembre e la tensione aumentava sempre di
più, tanto che la notte non avevo dormito. I giorni
passavano lentissimi come se non volessero farmi partire. La notte era
ancora più lunga: pensavo alla mia infanzia e all’uomo che aveva
tentato di aiutarmi rimettendoci la vita. Ogni
giorno il capo mi chiamava per sentire come stavo e se ero pronto: mi
trattava come un figlio, ma solo perché voleva essere sicuro che la
missione venisse portata a termine. I giorni
successivi mi sembrò che il tempo si fosse stancato di rallentare:
passarono velocissimi. “Il volo
delle dodici e trenta sta per decollare. Direzione New York.” Era
arrivato il giorno fatidico: salutai i miei amici e mi avviai verso
l’aereo con un mio compagno.
I sevizi
di sorveglianza erano praticamente inesistenti e fu un gioco da ragazzi
passare con tutte quelle armi. Arrivato
sull’aereo mi sedetti, insieme al mio compagno, in prima classe vicino
alla cabina di pilotaggio e pochi minuti dopo entrammo nell’abitacolo
del pilota e uccidemmo il comandante e una hostess. Il vice comandante alzò
le mani in alto impaurito. -Dì ai
passeggeri che il volo è stato dirottato e che non si devono muovere!
Chiaro?-Disse il mio compagno. Il vice
comandante obbedì. Io intanto
ero tornato nel reparto dei passeggeri, quando una voce mi chiamò. -Chi sei
tu, vecchio? Era un
uomo anziano dai capelli neri e con poca barba bianca. -Sono io,
l’uomo che ti voleva proteggere quando eri bambino! Non ti ricordi? -Già,
peccato che sia morto! -Non sono
morto. Quando mi hanno sparato addosso rimasi solo ferito. Sono riuscito a
sopravvivere! Non so come, né perché, ma la mia mano che teneva la pistola mosse un dito e premette il grilletto uccidendo l’uomo. Dopo
averlo ucciso cominciai a pensare se l’uomo che avevo incontrato in
aereo era davvero quello che aveva tentato di proteggermi. Notai una
leggera somiglianza fino a quando non ne ebbi la certezza vedendo la
cicatrice sulla mano. Era davvero lui e l’avevo ucciso... Non sapevo
più cosa fare. Stetti qualche minuto a pensare… Oramai
avevo deciso: l’aereo sarebbe atterrato senza far vittime. Arrivati
all’aeroporto scesi per primo e andai a costituirmi alla polizia. Ora sono
rinchiuso in una cella di un carcere a massima sicurezza. Una
guardia apre la porta. La sedia elettrica mi sta aspettando. Mattia Forni, classe 2°C
|
||||
|
Nuove
voci ...
|
|||||