2003 - 2004

  Speciale Omaggio alla "G. Papini"
 

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Speciale:
Omaggio alla
"G. Papini"

 


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I tacchi dentro

I tacchi dentro li teneva così, per abitudine; ché non ne aveva più bisogno, difatti: temuto e rispettato, era da tempo (nientemeno!) una delle più alte cariche dello stato.

Ne aveva tante, di scarpe, per tutte le occasioni, e tutte mantenevano il segreto.

I tacchi dentro sono una bugia, comunque vada.  Il tarlo a volte non si vede e il prezzo può salire, lievitare, farsi esoso, così come il prestigio (di un mobile o un potente cambia poco…); ma è solo questione di tempo.

Svanisce, sotto il cerone, la sostanza, il fondo trasuda segatura e il crollo è tanto più deciso e certo quanto più se ne sta lì nascosto il tarlo.

E’ la parabola del mobile.  E’ un crollo stabilito, eppure inaspettato ai più, a quanti credono alla buccia lucida, al segno del successo, all’ostentata sicurezza di chi crede che, comunque vada, ce l’avrà, sempre, un’altra possibilità.

C’era rimasto male, da bambino: al saggio di teatro gli aveva preferito un altro, il maestro, nel ruolo di protagonista.  Sentì un bruciore, sulla sinistra, sopra lo stomaco, come uno schiaffo dentro e, vampa o fiammella, non l’avrebbe abbandonato più; incendio a volte, rabbioso, per fatti esterni, a volte fiamma intima, lontana, fuoco fatuo nutrito solo di sé.

Gli nacque infatti, dal grumo di pensieri di quel giorno, come un callo, un calcolo di grasso cattivo, inestinguibile. 

C’era rimasto male e, chissà perché, s’era convinto che il motivo fosse la statura. 

Così era nata l’idea del tacco dentro e a cinquant’anni, a parte il mal di schiena (e l’ovvio problemino a stare scalzo) poteva onestamente garantire il fatto: che funzionava, e bene.

Aveva preso a mettersi vestiti scuri, per aumentare al massimo l’effetto, e chi se lo trovava davanti, diritto, inteccherito, era come spiazzato, confuso; si sentiva un po’ così, quasi più basso, più piccino…  Aveva come l’impressione d’essere in difetto, di dovergli qualcosa, non foss’altro perché lui, dal canto suo, istintivamente, come per compensare quel senso di disagio che mandava, spargeva a piene mani apprezzamenti, elogi, distribuiva lodi, smistava complimenti.   Era diventato un modo di fare per lui, un segno del carattere, un abito, un vizio buono… ma anche e soprattutto un metodo 

Blandiva, lisciava, tirava fuori il meglio da tutti.  Era capace di far gonfiare chicchessia: e ci sapeva fare!

Ad ascoltarlo, il depresso saliva, il misero vedeva una speranza, l’ansioso si calmava e il buono a nulla iniziava a produrre, a creare, a sentirsi vivo…

Quest’attitudine, queste virtù, erano per tutti e lui, a piene mani, dispensava: soltanto chi era in mala fede, chi gli era ostile a prescindere, non ne godeva, non ne poteva godere…

Anche i furfanti (quelli, si sa, ci sono e ci saranno sempre e non bisogna segnarli ma imparare a conviverci, semmai, a comprenderli…), anche i furfanti, in quell’humus, prosperavano, prendevano fiducia: si davano da fare, si scaltrivano, crescevano, si organizzavano… 

A chiamarli ladri, i furfanti, specie quelli potenti, erano censure e querele… furbi e ti rispondevano, e se ne vantavano…  Dopotutto era solo un coltivare potenzialità…

Comunque si sa, quando una mucca è grassa, sopporta volentieri qualche zecca; peggio se il fieno manca, molto peggio…  E la mucca era grassa… forse un po’ gonfia… ma…

Ma torniamo a noi, al nostro piccolo sigillatacchi professionale, alla sua ascesa…

Cosa l’aveva spinto a diventare… a crescere così? 

Quale forza si nascondeva dietro a quel suo repentino assurgere… a quel salire? 

Una delle più alte cariche dello stato…

Com’è che a vederlo intero, in fotografia, pareva un nulla, una mezza tacca qualsiasi e invece poi, a stargli lì davanti, in vivo, erano in pochi a reggere il confronto?

Del fatto dei tacchi abbiamo detto, di quella soggezione che mandava… ma in fondo erano solo sei centimetri…   

E poi l’adulazione… certo un’arma potente ma… così difficile da usare, da dosare… 

E allora?!!  C’era dell’altro?  Ma cosa?

Forse dell’altro c’era…  O forse era soltanto il succo, l’intima congestione, di un groppo di bambino, mai sciolto… di un disinganno avvolto, a poco a poco, come un baco in un bozzolo… e tenuto là, a distanza, per non sentire ancora così male…

Qual è il problema…?  E’ che il baco, quando si veste di filo, ne ha il capo dentro… ed è da lì che partirà farfalla…  Lui no.  Tesse da fuori.  Finita la matassa, si accorgerebbe del guaio, dell’errore.  Così è diverso.  Così non può che continuare, all’infinito, a tessere… con la certezza di fallire… la meta, l’ultimo scopo: essere farfalla

Cosa gli resta, allora…?! 

Resta la rabbia.  Rabbia dei voli persi, di non avere ali… di poter essere soltanto, al massimo, un baco in aeroplano…  Paura del ridicolo… d’essere fuori posto… di mentire…  Rabbia di non poter tornare indietro… di non poter più dire com’è andata… confessare, confessarsi il marcio… 

Eh sì!  Non siamo fatti solo di sasso… o d’aria…  Abbiamo, contenti o no, qualcosa in più: quel che fuggiamo, quello che neghiamo, non cade, non cambia di sostanza, non svanisce.  Lo puoi tenere chiuso, lontano, perfino congelare, a volte, per un poco… ma prima o poi ritorna… più grande, più pesante, più ingarbugliato… e spesso sa di marcio…

Così tesseva… 

E a quanti si domandano com’è che uno qualsiasi, così, dal nulla, per quanto galantuomo, possa arrivare in alto, così in alto… certo non sanno, non l’hanno ancora saputa… l’assurda determinazione dei bambini, a volte… non li hanno visti ancora gli occhi di un figlio che, nel cuore della notte, si sveglia… ed ha paura di dormire solo…

Dei tacchi dentro solo lui sapeva… era il suo tarlo, il suo unico segreto, l’unico alibi che si concedeva…  Aveva delle responsabilità, ora; non c’era margine per una doppia vita.

Così tesseva, a poco a poco, la sua trama infinita di riscatto. 

Sbilanciato in avanti, come proteso, sul mondo e sulla vita, non dava scampo: partiva avvantaggiato nei rapporti, teso com’era, sempre sui blocchi di partenza, pronto a scattare…  Postura strana, la sua, fissa, d’attacco, gli dava un margine di superiorità.

Grazie a quei sei centimetri di tacco, s’impadroniva, quasi sempre, della scena.  Lo spazio libero fra gli interlocutori era affar suo, non c’era.  Te lo sentivi intimo, vicino, fin da subito, senza riparo o possibilità di replica; ti seduceva secco, tuo malgrado: “Buon giorno!” …ed eri suo.

E funzionava anche in televisione!  Prendeva… “bucava” il video, come si dice in gergo; ti era comunque sempre più vicino… degli altri, di quello che credevi… un po’ più amico…

Quel che diceva era bello, importante, perfino vero a volte…  Ma anche gli altri parlavano così, forse anche meglio, eppure…

Quel che diceva (come per gli altri, però) veniva dopo, era accessorio, del tutto relativo…  Idee fritte e rifritte, le sue, vendute come nuove, come frittelle unte, stantie, rispolverate di zucchero a velo, come insalata vecchia, già spenta… e il cesto ha il gambo bianco…

Era il successo?  Avevano creduto al successo, in così tanti…?  Può darsi… però… 

…però il successo non è mai, comunque, un caso…  Risponde a condizioni, a regole precise; li devi avere bene o male i requisiti, la stoffa, un po’ le carte in regola…  Un caso, semmai, lo sono i flop, i fiaschi, le meteore…  Quella è sfortuna!  Ma al successo lui c’era arrivato… non era nato con la camicia, lui, anzi… lo ricordate il saggio di teatro...?

Il successo lui se l’era meritato, goccia a goccia, con tanti sforzi, con tante notti insonni.

Ma come aveva fatto?  Qual’era il suo segreto? 

Perché un segreto ci doveva stare, dietro a quell’astro, alla sua buona stella (acquisita), al fatto che, cometa o no, non tramontava… 

Quel mantenersi in cielo, nell’olimpo, aveva più ragioni, certo…  Nutrirsi del proprio successo, prendere spinta dallo sfavillio, è un meccanismo noto, conosciuto… 

Questo il viaggio  Ma la partenza, l’esplosione…?

Era il sorriso stampato, la bocca a mezzaluna, quello che aveva in più, che lo qualificava? “Sorridete!” - diceva ai suoi vassalli - “L’entusiasmo è contagioso!” 

Questo però spiegava solo in parte la sua ascesa, il suo charme, l’insolito carisma… Anch’io, ve lo confesso, l’ho provato, a volte, a irrigidire i muscoli facciali, davanti al prossimo…  Un’ora, due, e diventava smorfia…

E allora?!! 

I mille trucchi per sembrare, forse…  Macché!  Che vuoi che conti un dito di cerone in più... o la mentina… o il fatto delle mani sempre asciutte…?  Ieri magari…  Oggi chi ci casca…?

C’era qualcosa di potente dietro…  La mafia… la camorra… la pidue…  Quante fandonie!  Quante lotte inutili!  Tempo sprecato!  Avessero tenuto più attenzione ai fatti, ai fatti veri… Ché un giorno Achille si scoprì il tallone… per caso…

Entrato a visitare una moschea, potente illuminato, (ché i tempi erano arabi davvero!) fallì.

L’urgenza?  La premura?  Il Fato?  Un passo più lungo della gamba e… si scoprì…

Nessuno aveva potuto parare, riparare… perché nessuno sapeva 

Fatto sta che, per la prima volta, in pubblico, scese dai tacchi… 

Ahimè!  Due giri di risvolto e ancora i pantaloni erano in terra, freddi, implacabili, sinceri… 

Se due più due fa quattro…  Furono in molti a dirselo, a notare…  Le telecamere poi…  Non c’era dubbio! 

Eppure tutti si fermarono all’altezza… al fatto che, così, fosse più basso ancora di com’era…  Nessuno l’associò al successo, alla bugia…  Nessuno collegò i tasselli in giusta fila…

Aveva vinto ancora!  Tanto di cappello!  Aveva sorpassato il punto debole, il tallone

Ora era tutta discesa, fino in cima…

Roberto Manetti

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