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2003 - 2004 |
Speciale Omaggio alla "G. Papini" | ||||
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Nonno Hansel e nonna Gretel C’era una volta, un po’ di tempo fa,
in un paese del Nord non molto lontano dal tuo, una famiglia normale… Normale?!
Ma cos’è una famiglia normale?
Com’è fatta? In
quanti devono essere? Due? Tre? Quattro? Sette?
Boh!!? Chi può dirlo?
Una famiglia normale oggi, forse domani non lo è più… magari
tornerà ad esserlo dopodomani… chi lo sa?
Ognuno poi ha una sua idea di famiglia normale, a seconda di dove
è vissuto, di quelle che ha conosciuto, di com’è o com’è stata la
sua, quella (o quelle) in cui si è trovato a vivere… Un bel ginepraio davvero!
Non si arriva a nulla! Ci
siamo infilati proprio in un vicolo cieco!
Forse è meglio ripartire daccapo, attenti a non scivolare su
un’altra buccia di banana… Allora, vediamo… C’era una volta (ma ci sarà sempre più
spesso, vedrete…) un po’ di tempo fa, in un paese del Nord non molto
lontano dal vostro, una famiglia: un babbo, una mamma, un bambino, una
nonna. Il babbo si chiamava Aldo: era alto,
magro, atletico, abbronzato anche d’inverno; un incrocio fra un manager
d’alta quota e un bagnino di città, una specie abbastanza diffusa,
comunque, a quelle latitudini… La madre si chiamava Silvia: era alta,
magra, ipercinetica; aveva sempre qualcosa da fare, amiche da incontrare,
non c’era mai. La potevi
incrociare a volte, per caso, in cucina o sulle scale… ma stava per
uscire… era sempre di corsa, sempre di fretta… Doveva sempre andare da qualche parte:
in palestra, in piscina, a farsi una lampada… magari a Yoga, per
distendersi un po’… o, meglio ancora, “da
Sonia”: …in soli quindici minuti: massaggio, relax e abbronzatura!
Tutto in una volta, sotto casa, in poco tempo… Il bambino si chiamava Filippo: aveva
dieci anni e ne dimostrava ventidue.
Più che amico
dei cavalli (ché Filippo
proprio questo vuol dire) era amico dei McDonald’s.
Era alto un metro e ottanta e pesava dai novanta ai novantacinque
chili, a seconda se la rilevazione era fatta prima o dopo i pasti, prima o
dopo le ritirate in bagno, con bilancia nuova o usata (da lui), ché, ogni
volta, più che appoggiarsi ci saltava sopra… a precisare, a ribadire
che lui, a differenza di loro, del peso suo se ne fregava. Quando non era a scuola o in paninoteca
se ne stava in casa, da solo, ché i suoi, come avrete capito, non
c’erano mai. Aveva pochi
amici e il suo tempo libero (da impegni scolastici o gastronomici) lo
trascorreva vagando per la casa, appunto, lungo tre direttrici: dal
computer al frigo, dal frigo alla tivù e dalla tivù al computer,
passando per il frigo e a volte, all’occorrenza, per il bagno… Una vita sedentaria magari ma senza
traumi, senza scossoni. Abbiamo detto che il bambino (se così
si può dire un armadio delle sue dimensioni) se ne stava quasi sempre in
casa da solo ma, per la verità, proprio solo non era… Da
qualche anno, infatti, nell’appartamento, c’era anche qualcun altro:
non un cane, però, o un gatto, o un pappagallo; né un furetto, un pitone
o un pesce rosso… Era sua
nonna Ada, nonna paterna che, restata vedova e sola, anni prima, era stata
accolta lì. Accolta…?!
Meglio dire ospitata, o
meglio ancora tenuta in una stanza, ché
infatti il nipote, quando rientrava, la spingeva subito di là e con la nuora poi non si potevano vedere… Così se ne stava quasi sempre in camera
sua, come nascosta. La potevi
sentire ogni tanto, nel cuore della notte, muoversi piano in cucina,
aprire uno sportello, richiuderlo. Aveva il bagno in camera e la tivù (in
modo che avesse le sue comodità e non invadesse quelle altrui)… di che
altro poteva aver bisogno…?! A volte faceva capolino dalla porta: a
una voce nuova, a un rumore insolito.
A volte, di mattina, quando Filippo non c’era, si spingeva fino
in sala, fino al tavolino, per vedere se c’era qualche caramella, un
cioccolatino… Un tempo la potevi incrociare, la
mattina presto, in qualche angolo della casa (gli anziani, si sa, dormono
poco); gironzolava così, per il piacere di farlo, zitta zitta, curiosando
qua e là, senza uno scopo... Un
giorno però era sparita una penna, la stilo nuova di Aldo, regalo della
moglie, nientemeno… Avevano
pensato a lei - li aveva sentiti una sera dalla porta - sorpresa nei suoi
giri mattutini, giorni prima, quando erano partiti presto per pescare;
avevano pensato a lei e lei, da allora, a curiosare non ci andava più. Usciva solo di notte, ormai, attenta che
dormissero, che non ci fossero rumori; si procurava quello di cui aveva
bisogno: un lapis, un elastico, un pezzo di spago… e se ne tornava buona
nella tana… Non accendeva la luce, mai (ché se
avesse svegliato qualcuno, sai le tragedie…); usava una pila, una
piccola pila frontale, regalo di un’amica. Un regalo utilissimo, niente da dire
(poteva rovistare nei cassetti con due mani!), azzeccato come sa fare solo
chi ti può capire… L’amica,
difatti, la capiva, costretta come lei, da anni, a vivere di notte… e
dopo i primi tempi di incertezza, di crisi, s’era scafata: aveva steso
mappe delle stanze, studiato ostacoli e percorsi, mille accorgimenti per
non far rumore, aprire porte e cassetti, per non far cigolare gli
sportelli… E non era la sola… Anche altre amiche non erano da meno: un po’ alla volta ma
s’erano adattate. E chissà
quanti erano nelle loro condizioni, costretti in una stanza, senza sapere
il giorno, senza poterlo attraversare.
Così vagavano, fantasmi silenziosi nella notte… E se d’inverno, dietro finestre
chiuse, potevi solo immaginarne il muto, tacito viavai, d’estate, queste
strane, accese sentinelle, senz’armi e senza niente da proteggere,
puntando, a tratti, quel loro occhio luminoso verso l’esterno, mandavano
bagliori chiari nella notte; dapprima pochi e radi, lenti, morbidi lampi a
traversare il buio, denso, profondo, come segnali stanchi di un mondo
sommerso, lontano, eppure vivo… poi,
a poco a poco, aggiungersi, moltiplicarsi, raggi diversi e uguali…
Ed era tutto un vibrare, un intrecciarsi di fasci di luce, un
luccicare di stelle sopra un mare nero nero. Un bell’effetto davvero… ma poi finì.
Qualcuno si accorse che in quel modo, specie d’estate, era un
problema: non sapevi mai se era il nonno che gironzolava per le stanze o
qualcun altro… se era la nonna che cercava il bagno o se ti stavano
rubando l’argenteria... Non era il caso di continuare e non
continuò: le pile si spensero, le porte restarono chiuse, cucine e
salotti non attraversati; e mentre quelle stanze, come un tempo vuote,
venivano inghiottite di nuovo dalla notte, ridotte ancora a freddi spazi
siderali, qualcuno perdeva il suo ultimo, riconquistato, fragile spazio
vitale. Ma torniamo a noi, alla nostra casa,
alla famiglia… Ada, la nonna, da quando era andata ad
abitarci, grossi problemi non ne aveva dati: si era sistemata alla meglio
in quelle quattro mura e andava avanti, senza tante storie, senza attriti,
seguendo il vecchio detto: “…i vecchi, in casa: bocca chiusa e
borsellino aperto…” Girava
la pensione agli ospiti e si teneva in disparte, senza fiatare,
nell’angolo assegnato. E ringraziare il cielo che Aldo e Silvia
andavano d’accordo, che era una famiglia unita, almeno quello… Anche d’estate, le ferie le facevano insieme, in
crociera… Per lei avevano trovato una buona
soluzione: vacanze organizzate dal Comune.
Non conosceva nessuno in quella città,
che del resto non era la sua… Quando
il marito era morto aveva dovuto trasferirsi là, lontano dal posto
dov’era nata e vissuta e non se n’era fatta una ragione.
Ogni tanto scriveva alle sue vecchie amiche, telefonava ma niente
di più; e nella sua nuova città non si poteva dire che si fosse
ambientata: non usciva mai… A settantasei anni non è facile rifarsi una
vita, delle amicizie… Sempre
meglio lì, però, che in un ospizio… C’era voluto del bello e del buono, la
prima volta, a convincerla a partire.
Finché non avevano visto chiudersi le porte del treno e l’ultima
carrozza scomparire in lontananza, avevano seriamente temuto per la loro
agognata crociera. Ma alla
fine ce l’avevano fatta: era partita e loro… liberi!
Finalmente… Lei al mare era stata bene, tutto
sommato; aveva fatto amicizia con un’anziana signora del posto e si
erano scambiate storie, piccoli regali e qualche buon consiglio. L’anno dopo le aveva regalato un
quadro, suo (ché, nel vuoto dei giorni, dipingeva) e aveva ricevuto un
paio di pantofole, una fiaschetta d’olio (per i cigolii) e la famosa
pila frontale. Erano diventate amiche e da allora ci
andava volentieri al mare, partiva senza storie; così il problema delle
ferie era risolto: niente più crisi e paure; finalmente potevano
prenotare la nave per tempo, con nove mesi d’anticipo, come tutti…
Un brutto giorno, però, invece degli
auguri di Natale, l’amica le mandò una lettera quasi d’addio: andava
in clinica, a operarsi… La
salutava… Dopo le feste la chiamò: era tornata a
casa, in convalescenza. Un
mese, due… e quando la cercò a telefono rispose un’altra.
“Avrò sbagliato numero…” - si disse e riprovò. “La nonna è morta il mese
scorso…” - disse la voce di là - “…sono il nipote…” Pianse per giorni, in silenzio; nessuno
se ne accorse. Se ne
accorsero, però, tre mesi dopo, all’iscrizione: “Al mare non ci vo’
quest’anno, è morta Clara…” - disse; e tornò in camera. Le provarono tutte: “Troverai altre
amiche, vedrai…”, “Non puoi restare a casa da sola!”, “Riprova,
almeno questa volta, almeno per quest’anno… abbiamo già fissato la
crociera…” Non la convinsero. Così si fecero coraggio e… partirono lo stesso; con le
dovute precauzioni, s’intende: chiusero il gas, staccarono la luce
(tanto la notte aveva la sua pila) e chiusero ogni porta e ogni sportello
a chiave. Aveva il bagno, da bere e da mangiare
per un mese, il telefono (per le emergenze), la tivù. La posta che la lasciasse nella buca e
non aprisse a nessuno, per nessun motivo. Tre settimane passano alla svelta, di
ferie poi… nemmeno te ne accorgi… La nostra storia fa un salto, a questo
punto: di tempo, di spazio, di contesto. Due settimane dopo, agosto pieno, altro
quartiere, stessa città, un’altra famiglia normale… insomma…
un’altra famiglia. Gli avevano detto di non preoccuparsi,
che sarebbero tornati presto: “Questione di qualche giorno e ci avrai di
nuovo tra i piedi…” Così
suo figlio era partito, con la nuora, le nipoti e i rispettivi fidanzati e
lui era rimasto di nuovo solo. Insomma: altro contesto, stesso
risultato. “Un viaggio di lavoro…” - aveva
detto - “un passaggio importante per la carriera…” “Capisco tua moglie ma loro…?” -
aveva provato a replicare, alludendo ai nipoti - “Loro potrebbero
restare e farmi compagnia…” “Vorresti privare dei giovani di
un’esperienza così?! Non
possono mancare!” Un viaggio di lavoro in pieno
agosto…?! Boh?!!
Certo i tempi erano davvero cambiati… Fatto sta che una mattina se n’erano
andati, tutti saltellanti, che pareva quasi partissero in vacanza… “Ciao ciao, nonno Ugo! Se ti senti solo, chiama!” - lo aveva incoraggiato la
nipote - “Se non prende, ho la segreteria…” “A presto, papà!” La nuora non badava a spese, quando si trattava di fare
complimenti: papà, lo chiamava,
con una confidenza che non c’era. Li aveva ospitati volentieri nella sua
grande casa, mentre alla loro finivano i lavori, tanto più che, senza la
moglie, era diventata davvero troppo grande e si sentiva solo. A ottant’anni, per un vedovo, la vita
si fa dura… “Staremo stretti… ma che vuoi, ci
arrangeremo…” - aveva detto al figlio. Un mese… due… due anni… Non si erano più mossi di lì. Nel frattempo le nipoti avevano trovato
l’anima gemella e invece di lasciare il nido, ci avevano sub-ospitato i
fidanzati: con gli affitti che c’erano in città, che altro potevano
fare due studenti universitari al sesto anno fuori corso…?! Ora la casa era di nuovo vuota e gli
saliva dentro, ancora, la marea… Un liquido denso di tristezza nera…
gli saliva al collo, alla gola… prendeva lingua, naso occhi, orecchie,
in un’inesorabile oppressione… Finché
non gli restava che sedersi, al buio, in poltrona, lo sguardo fisso, perso
nel vuoto… Stavolta non voleva arrendersi; in fondo
erano pochi giorni… Del
resto, anche quando erano a casa, certo non stavano a pensare a lui… “Non ho tempo…” - dicevano - “…ora non ho
tempo…” E correvano via,
lasciandolo lì, come un fesso, ai margini della corrente, nel sottobosco
nero dei suoi pensieri… Venivano sempre, col buio, le paure.
Lo aspettavano al varco, ogni sera; ombre fameliche fatte di
niente, eppure dense e vive: vecchi rimpianti, spaventi di bambino,
terrori sconosciuti e nuovi, futuri…
La notte poi sognava di cadere, di sprofondare altrove; di
ritrovarsi solo, dopo un viavai di maschere, da solo sul sentiero, tra gli
alberi, tra rami fatti artigli… Un fischio.
Si svegliò. “E guarda dove vai! Vecchiaccia!” Si
affacciò. Per poco non
c’era scappato il morto, giù in strada: una frenata (il fischio), uno
spavento e l’automobile era già lontana, nella notte. Le quattro, l’afa opprimente.
Doveva uscire, prendere una boccata d’aria.
Scese. Qualcuno stava appoggiato ad un
lampione, sul marciapiede, arreso, come tremante. Svoltò dall’altra parte, a non
vedere. Chiunque fosse, non
lo riguardava. E comunque,
che aiuto avrebbe potuto dare? Era
vecchio, lui… Qualche anno
prima, certo… Ristette, soprappensiero. “A che mi serve la vita,
quest’avanzo di vita… se scanso le occasioni…?
Male che vada finisco all’ospedale… magari sottoterra un anno
prima… Ma sì, vediamo come
sta l’ubriacone…” E
risvoltò. Quello era sempre
attaccato al palo, come prima; magari sarebbe stato lì tutta la notte,
ebete, abbracciato a quel lampione… Ora ci siamo.
È a due passi. Guarda
meglio… Corpo di Bacco!
È una donna! Non giovane, avanti con l’età; no, proprio vecchia…
Subito si avvicina, la sostiene, le
chiede se ha bisogno di qualcosa, l’accompagna. “Che ci faceva lì a quest’ora?
Non ritrovava più la via?” E lei: “Ho girato tanto… Erano tutti chiusi i negozi…
Cercavo solo un po’ di latte fresco, stamattina…”
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Nuove
voci ...
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