2003 - 2004

  Speciale Omaggio alla "G. Papini"
 

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Speciale:
Omaggio alla
"G. Papini"


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L'evasione

      C'era una volta, un po' di tempo fa, in un paese lontano lontano... un grande zoo.

Come si sa, in uno zoo, gli animali stanno chiusi nelle gabbie o nei recinti e, comunque, non possono andarsene quando vogliono.  Vengono trattati bene, "con i guanti" potremmo dire, sono superprotetti, non hanno il problema di procurarsi il cibo o di diventarlo.

Alcuni si adattano, più o meno velocemente, a questo stato di cose e se la passano niente male; altri, invece, non riescono a rassegnarsi a vedere il loro habitat ridotto a una gabbia 4x4 e danno del filo da torcere ai guardiani o si lasciano morire in un cantuccio.

      La nostra storia, però, non parlerà di Riccardo il Ghepardo, che a furia di sognare la savana e lui che ci volava rasoterra, una mattina ci volò davvero e non si risvegliò; né di Pierone il Leone, che mangia mangia si prese la gotta.  La nostra storia non parla di sogni campati in aria o di animali ammalati di noia, ma di qualcosa di insolito davvero, qualcosa che non succede tutti i giorni in uno zoo: di un'evasione.

      Erano ottocentosettantaquattro notti che Yuri e Patrizio, i due Lemuri gemelli, macchinavano nell'ombra, producendo senza sosta piani di fuga.  Non si erano mai adattati a quella vita e, fin da quando erano stati rinchiusi (ottocentosettantaquattro notti prima), avevano promesso alla luna che, prima o poi, l'avrebbero rivista tutta intera.

Fra sbarra e sbarra non ci passavano, la forza di piegarle non ce l'avevano e a provare a uscire da sotto, scavando, erano solo calli e unghie rotte.  Con questi dati, il problema era davvero difficile da risolvere ma Iuri e Patrizio, dotati di un'intelligenza "fuori dal comune", di un'agilità "fuori dalla provincia" e cocciuti come muli, non si erano certo dati per vinti.

      Pensa che ti ripenso, erano arrivati alla conclusione che scappare con le loro forze era impossibile; così si guardarono un po' intorno, per cercare di capire chi potevano coinvolgere nell'impresa.  I risultati furono a dir poco disastrosi.  Riccardo il Ghepardo era sempre più depresso; Pasquale, l'Aquila Reale, che la luna la vedeva a quadratini, avrebbe dovuto diventare un colibrì per passare da quella rete; Clemente il Serpente, che col suo veleno avrebbe potuto addormentare mezzo staff dello zoo, chiuso in quella specie di acquario, tutto solo, al massimo avrebbe potuto addormentare se stesso... E difatti, ogni tanto, un morsettino qua e là se lo dava davvero. "Per non perdere l'abitudine" - diceva lui. "Per disperazione..." - sibilavano le malelingue.  E la lista continuava; e ogni volta, a Yuri e Patrizio, non restava in mano che un pugno di mosche. 

      Intelligenza, Forza, Abilità manuale, Potenza dirompente, Bellezza; avevano pensato a ogni sorta di "qualità" e non erano arrivati a nulla.  Gino il Delfino, anche a schizzar fuori dalla vasca, la loro gabbia non la poteva aprire; Silla il Gorilla non poteva uscire dalla sua; Michè lo Scimpanzé era nelle loro stesse condizioni; Dante l'Elefante, che con una botta

sola avrebbe fatto a pezzi quasi ogni tipo di gabbia, ciondolava laggiù, in quella buca, quattro metri sotto terra; Minerva la Cerva, vincitrice degli ultimi tre concorsi di bellezza, con i suoi occhioni caldi, incantevoli, avrebbe potuto sì e no incantare il cavallo del proprietario dello zoo...

"Porca vacca" - sospirava Yuri - "qui non si cava un ragno dal buco".

"Noè mandrillo!" - si disperava Patrizio - "Che razza di animali ha salvato dal Diluvio?!! 

Si è portato sull'Arca il Tapiro... la Zanzara... la Puzzola... - della serie: 'Animali Inutili!' - ...e ha lasciato sprofondare la Vipera con la coda a passe-partout o, che ne so, il Pescespada-millepiedi... - con loro sì che si poteva scappare..!!"

"Che avete da confabulare?" - disse una voce di là dalla gabbia.

I due lemuri si guardarono intorno, per capire di chi fosse quella voce sconosciuta ma non videro nessuno.  "Ehi, bellimbusti, sono qui!" - rincarò la voce e qualcosa si mosse nell'erba.  "Sono mesi che vi sento borbottare.  Uscire, scappare, rompere, segare, non sapete proprio pensare ad altro!  Comunque mi siete simpatici e voglio aiutarvi, tanto più che ho deciso di scappare anch'io e..."

"Aaaahahaha!  Aaahaha!" - sghignazzarono i due lemuri, senza nemmeno provare a trattenersi - "Tu vorresti che...?  Hai deciso di...?  Ha deciso di scappare!!  Ma dove vuoi scappare, tartaruga?!!!"

      In effetti, quella voce apparteneva proprio a Teresona, la "Tartaruga Terrona", così chiamata un po' perché era una tartaruga terrestre, un po' perché veniva dai paesi del Sud.

"Teresona", poi, perché era così grossa, ma così grossa che "Teresina", il suo vero nome, lo usavano solo i guardiani dello zoo, nel fare l'appello della sera.

A quelle parole, Teresona non aveva battuto ciglio.  Troppe volte gli altri animali l'avevano presa in giro, per via di quel suo difetto... ma poi perché chiamarlo difetto?  Era così... era lenta...  Era così. 

Che male c'era se andava piano piano, se non era veloce come gli altri?  Che avevano tanto da correre, poi, da affannarsi?  In fondo il mondo, a prenderlo con calma, a viaggiarlo senza fretta, poteva riservare sorprese - lei lo sapeva - cose che non t'aspetteresti di vedere e non le vedi, però ci sono.  E in ogni caso il mondo, a traversarlo piano, pare più grande...  

Eppure questo non lo capivano, gli altri animali e continuavano a correre, ad affannarsi, a saltare nervosamente da un ramo all'altro, come pazzi.  E alcuni impazzivano davvero, ché a quella velocità, le gabbie, sembravano restringersi ogni giorno di più.  Già quei recinti non erano granché, se poi non la prendevi con comodo, rischiavi proprio di prenderti un esaurimento...

      Anche i guardiani dello zoo, del resto, di Teresona, avevano notato solo la cosa che più saltava all'occhio, quella sua lentezza nell'andare...  E anche se, a volte, l'avevano vista passare da un buco, sotto il muro di cinta dello zoo e starsene lì, a ore, in riva al fosso, a guardare lontano, non l'avevano rinchiusa in una gabbia ma la lasciavano gironzolare liberamente.  "Tanto" - avevano pensato - "...di certo il fosso non lo può saltare!"

Certo quel suo avanzare lento, a piccoli scatti, non aveva niente a che vedere con il galoppo del cavallo o con la corsa dello struzzo, ma era pur sempre un procedere, un andare avanti...  E lei dove voleva arrivare ci arrivava, prima o poi; la costanza non le mancava; aveva un altro ritmo, ecco tutto!  Ma questo lo vedevano in pochi, quasi nessuno lo capiva.  "Ma dove vuoi scappare?!  Tartaruga!" - le avevano riso in faccia i due lemuri e lei, abbiamo detto, non se l'era presa granché e aveva continuato il suo discorso, "...e se volete, vi porto con me".

"Ma allora sei proprio bacata nella zucca!" - sentenziò Patrizio, che si era ripreso per primo dal gran ridere.  "E tu cosa?!  Aaahaha!  Aaahahaha!"

      Teresona attese con pazienza che le due scimmie avessero finito il loro spettacolino, poi riprese: "Sapete, anch'io, come voi, non sto bene qui.  Certo, io posso gironzolare qua e là e non mi sento soffocare, perché vado piano... ma il pensare che laggiù, da ogni parte, c'è quel fosso, proprio questa non la digerisco..."

"C'era da aspettarselo!  Ha una digestione lenta..." - pontificò Yuri, come un vero medico specialista.

"Per i vostri problemi digestivi: 'Scivolìn'. Leggere attentamente le avvertenze.  Tenere lontano dalla portata dei bambini." - civettò Patrizio.  E giù di nuovo a ridere.

Teresona proseguì: "Quel fosso non mi piace.. separa...  E poi... è comunque un recinto..."

A quelle parole, Yuri e Patrizio smisero di ridere ma, per non abbassarsi al livello della tartaruga, continuarono a saltellare qua e là, come niente fosse, prestando però l'orecchio ai discorsi di Teresona.  "Non l'ho voluto io, quel fosso...  l'hanno voluto loro... separa non so chi da non so cosa... e questo non mi piace..."

"Ma che c'hai nella zucca?" - sbottò Yuri - "Non l'hai ancora capito che il fosso serve per tenere separati noi animali dello zoo dagli altri animali di fuori, che potrebbero aiutarci?!"

"Ahah!” - esclamò la tartaruga - “Così, per colpa del fosso, loro non possono entrare e noi non possiamo uscire!"

"Alleluia!  C'è arrivata anche la Teresona!  Meglio tardi che mai!" - sogghignò Patrizio.

In effetti Teresona non era lenta solo a camminare; anche il cervello le viaggiava a velocità di crociera.  Per ogni problema, poi, considerava, ad una ad una, tutte le possibilità e, prima di arrivare alla soluzione... ne passava di acqua sotto i ponti! 

      Prima o dopo ci arrivava, era fatta così... ma nessuno aveva la pazienza di aspettare...  E così se ne stava quasi sempre da sola, in quel suo mondo fluido, rallentato, a galleggiare tranquilla insieme ai suoi problemi risolti, come se gli altri non ci fossero... o non le interessassero...

Le interessavano, invece, gli altri... Erano gli altri che non si interessavano a lei... così diversa... così strana... così "fuori dal giro"...  E questo, in fondo, le faceva male, anche se cercava di farsene una ragione e la tristezza, ogni tanto, la prendeva...

      Ma questa volta non era andata come le altre volte; qualcosa si era mosso diversamente; c'era stato un contatto... come una scintilla...  Teresona aveva annusato qualcosa, un'intesa possibile, come un profumo lontano e aveva messo da parte la diffidenza di sempre.  I due lemuri, poi, se all'inizio erano rimasti chiusi nella loro idea di superiorità, si erano messi come in ascolto e ora si domandavano dove volesse arrivare quella tartaruga.  "...Così alla fine ho deciso di andarmene da qui" - concluse.

      "E...  sarebbe possibile sapere come 'Sua Furbizia' intende realizzare il suo proposito?"- - ironizzò Patrizio, un po' spiazzato dalla sicurezza della tartaruga.

"Se volete venire con me..." - fu la risposta di Teresona.

Ottocentosettantaquattro notti x due, fanno millesettecentoquarantotto notti che un cervello di lemure cercava di risolvere un problema e non fu facile, per Yuri e Patrizio, accettare il fatto che un cervello di tartaruga, per quanto grosso, ci fosse arrivato prima del loro.

Fatto sta che una soluzione c'era davvero!  Si vede che stare da soli, a volte, fa bene.

Teresona, poi, aveva avuto il merito di non pensare solo al suo guscio ma anche alla pellaccia di qualcun altro e questo era bello. 

      Il piano di Teresona non faceva una piega: sistemare il suo guscio indistruttibile a contrasto del cancello automatico della gabbia, al controllo della sera, in modo da non far scattare la serratura, all'uscita del guardiano; aspettare l'ora in cui veniva tolta la corrente e si spengevano le luci; aprire comodamente il cancello della gabbia e, insieme, darsela a gambe…

A quel punto Yuri e Patrizio si erano sentiti mancare.  Ci  avrebbe messo una vita, la Teresona, ad arrivare al fosso con le sue zampe; rotolare non poteva e di peso, certo, non la potevano trasportare, grossa com'era!  Addio evasione! 

Yuri, per lo sconforto, era scivolato dal ramo dov'era appeso e si era quasi impiccato nell'altalena, mentre Patrizio, dalla rabbia, aveva preso la rincorsa e stava per lanciarsi a capofitto contro il muro, quando la tartaruga aveva ricominciato lentamente a parlare, dal punto in cui si era interrotta per riprender fiato: "...e... darsela a gambe". 

Arrivare fino al canaletto che costeggiava le gabbie, lungo il viale, in discesa; affacciarsi allo scalino e... "toc"... rovesciarsi sul fondo di cemento del canaletto medesimo (posizione scomoda ma vantaggiosa!); così continuava il piano di Teresona.

I lemuri, poi, avrebbero dovuto spingerla con tutta la forza e saltare sul guscio inferiore, prima di prendere velocità; seguire il canaletto, in discesa, come una slitta in una pista di bob; approfittare del lieve trampolino finale, per scavalcare a volo il muro dello zoo e... "ciafff"... piombare dritti dritti nel fosso.   

      Il seguito, ancora, non le era chiaro.  Furono i lemuri a spiegare alla tartaruga, in trentacinque secondi, quello che lei avrebbe compreso in trentacinque giorni: Teresona  sarebbe approdata, piano piano, sulla riva esterna del fosso, loro avrebbero scavato una buchetta da una parte e lei... "paf"... sarebbe ritornata nella posizione di sempre.

In effetti le cose andarono proprio così, tranne che per un piccolo, scottante, incidente di percorso...

Sfrecciando sul cemento, infatti, il guscio di Teresona aveva cominciato a mandare scintille da tutte le parti.  Sembrava d'essere in una pista di Formula Uno! 

E mentre Teresona se la godeva un mondo, provando il brivido di una velocità mai toccata, neppure nei sogni più belli, alcune scintille avevano pensato bene di chiedere ospitalità alle pellicce delle due scimmie.  In un attimo lo sfrigolio divenne fiamma, fra gli strilli di Yuri e Patrizio.  Li salvò l'acqua del fosso... e una sottile scia di fumo accompagnò il loro breve viaggio verso la libertà.

Roberto Manetti

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